Energia 2050: più costi e troppe imposizioni

Tra pochi giorni saremo chiamati alle urne per decidere il futuro dell’energia nel nostro Paese. La legge sulla quale dovremo esprimerci è stata presentata come un passo avanti, un progresso per il settore energetico e per la popolazione. Per trovare consenso, la si è presentata come una trovata geniale per liberarci dall’energia «sporca» e allo stesso tempo per diminuire drasticamente il consumo energetico. Di fatto ci troviamo di fronte a una legge che impone ai cittadini quanta e quale energia dovranno consumare e che vuole riversare sui cittadini le spese di questo utopico piano economico trentennale. La nuova strategia costerà, fino al 2050, circa 200 miliardi di franchi alla Confederazione: dividendo per gli anni e per la popolazione si ottiene un aumento dei costi per l’energia di 800 franchi a persona, 3.200 per una famiglia media. Un obiettivo è quello di diminuire entro il 2035 il consumo di energia del 43% rispetto a quello degli anni 2000. Energia è però sinonimo di sviluppo e benessere: la disponibilità di energia è infatti un fattore del successo del nostro Paese dove sinora l’energia è sempre stata accessibile a tutti in ogni momento ed anche a prezzi relativamente bassi. La strategia energetica 2050 avrà quale conseguenza quella di aumentare i costi all’economia tutta, alle aziende, alle famiglie, che insieme ad altri aumenti in altri ambiti porteranno ulteriore disparità e concorrenza con l’estero – pensiamo solo alla ristorazione e al turismo – nonché meno disponibilità nelle tasche della gente. Un’economia pianificata di questo tipo non può avere effetti positivi: oltre ai costi vi saranno anche conseguenze sulla disponibilità dell’energia stessa. Dove stocchiamo – ammesso che si possa fare – l’energia prodotta da pannelli solari e da centrali eoliche? La produzione di energia non può basarsi su sussidi e contributi distribuiti a cascata dallo Stato, senza un piano preciso per la sostituzione dell’energia prodotta dalle centrali nucleari. L’energia «verde» oggi corrisponde ad una percentuale irrisoria di quella prodotta e pensare di coprire tutto il fabbisogno nazionale con tale energia in tempi così brevi è irreale e irrealizzabile. Il nostro Paese, finora indipendente nella produzione di energia e all’avanguardia in questo settore, si troverebbe confrontato con una falla nell’approvvigionamento che andrebbe ulteriormente a pesare sulle casse dello Stato e quindi sui contribuenti. I favorevoli sbandierano l’argomento che «i soldi rimangono in Svizzera», dimenticandosi però che i pannelli solari – ad esempio – sono da decenni prodotti in Cina e le pale eoliche non sono di certo un prodotto indigeno. Vogliamo davvero pianificare i nostri consumi energetici per i prossimi 30 anni? In realtà si vuole imporre alla popolazione un modello di consumo di cui non si conoscono né l’applicabilità né le conseguenze. Le incognite e le controversie di questa legge sono molte: da una parte si dà per scontato il dimezzamento del consumo dell’energia, dall’altro c’è un numero di abitanti che continua a crescere e la ricerca che punta sempre più su tecnologie «pulite», come le auto elettriche (quindi bisognose anch’esse di fonti elettriche sicure). Questa legge è un salto nel buio e rischia di trasformarsi a tutti gli effetti in una doccia fredda per cittadini e aziende. Il 21 maggio votiamo no alla legge sull’energia. Roberta Pantani Consigliera nazionale   CDT, 16.05.2017
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Asilo: le cifre ufficiali danno ragione ai “populisti”!

Sono passati in sordina, ignorati dalla stragrande maggioranza dei media i dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica in merito ai costi sociali per i richiedenti l’asilo. Dati che non fanno altro che confermare le teorie dei cattivissimi populisti e ne giustificano la politica in materia di asilo, volta a proteggere il popolo svizzero e a evitare che venga preso per i fondelli. Che sia per questo motivo che la stampa non ha commentato le statistiche pubblicate?! Veniamo ai dati, purtroppo al pilotaggio mediatico siamo ormai abituati, l’80% delle persone che hanno richiesto asilo politico in Svizzera vivono in assistenza. I dati smentiscono inoltre in modo netto chi sostiene che siano soprattutto famiglia ad arrivare nel nostro paese e a beneficiare di aiuti sociali, nel 69% dei casi si tratta infatti di persone singole e sono nel 13% dei casi di famiglie. L’Ufficio federale di statistica non pubblica però i costi effettivi in numeri della scellerata politica d’asilo portata avanti dal nostro Governo.   Secondo ricerche più dettagliate, riportate t anche dalla BaslerZeitung, nel solo 2015 le spese per gli aiuti sociali destinati a richiedenti a cui è stato riconosciuto il diritto di asilo definito o temporaneo ammontano all’incirca a 250 milioni. A ciò vanno aggiunti i costi dei richiedenti l’asilo ancora in attesa di una decisione e quelli respinti. In totale i costi per gli aiuti sociale in ambito di asilo si aggirerebbero attorno al miliardo di franchi. Questa cifra esorbitante e scandalosa non include però i costi che devono sopportare Cantoni e Comuni. I costi annui per i Cantoni si stimano essere circa 300 milioni. Per i Comuni basta citare casi eclatanti come famiglie e casi singoli che da soli costano 24'000 franchi annui ai contribuenti, purtroppo non si tratta di casi isolati e quelli citati non sono nemmeno i più costosi. Mancano ancora i costi per la salute la formazione e la sicurezza…che non sono date a sapere. Le cifre che escono da queste statistiche sono vergognose, sulle spalle dei cittadini pesano spese miliardarie che vanno a pesare anche sui bilanci annui della Confederazione. È ora, anche se già troppo tardi, che il Governo e in particolare la Signora Sommaruga si facciano un esame di coscienza, i cittadini svizzeri si sono espressi chiaramente, l’immigrazione di massa va fermata. Questi dati parlano da soli, razzismo, populismo e quant’altro si inventa la sinistra per denigrare chi vorrebbe una politica consapevole e sostenibile non centrano nulla. Le ultime ondate migratorie provenienti da Africa e Medio Oriente di forza lavoro e arricchimento culturale non ne hanno proprio portato, ma sicuramente ci hanno alleggerito il portafogli di un bel po’ di miliardi.   Roberta Pantani Consigliera Nazionale   Il Mattino della domenica, 05.03.2017
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Misure straordinarie, fino a che punto?!

  L’ultima invenzione del Consiglio federale per far fronte ai flussi migratori abnormi verso il nostro Paese sarebbe quella di impiegare agenti di sicurezza di società di sicurezza private a supporto delle guardie di confine. Ma non era tutto sotto controllo? No, decisamente sotto controllo non c’è un bel niente. Nel 2016 oltre 26'000 persone che stavano tentando di varcare illegalmente i nostri confini sono state fermate delle guardie di confine, tre volte tanti in confronto al 2015. Stiamo parlando solo di quelli fermati. Secondo fonti dell’NZZ nel 2016 i costi solo per quanto riguarda le ore supplementari dovute agli immigrati clandestini per le guardie di confine sono aumentati di più di un milione. Per questa estate non si prevede nulla di buono, ma nonostante ciò pare non serva limitare l’immigrazione di massa… Sta di fatto che le guardie di confine sono oberate di lavoro e non riescono più a fare il loro lavoro specifico, essendo costantemente occupati nel controllo e trasporto dei migranti. La proposta del Consiglio federale è piuttosto debole, innanzitutto gli agenti in questione non hanno un addestramento adeguato e i costi, ancora una volta, probabilmente sfuggirebbero di mano. Difendere i confini è compito dello Stato e in Ticino al momento l’idea di affidare compiti simili ad una società privata risuona anche piuttosto ridicola…non dimentichiamo infatti che è in corso un’inchiesta penale proprio nei confronti del titolare e di un dipendente di un'agenzia di sicurezza, che aveva ricevuto dal DSS un mandato per la sorveglianza di centri per richiedenti l'asilo. I presunti reati commessi non sono proprio all’acqua di rose, si tratta infatti di usura, sequestro di persona, atti di violenza e appartenenza e reclutamento di guerriglieri per l'ISIS. Giusto per mettere i puntini sulle i, il preventivo per il 2018 prevede il raddoppio dei costi in materia d’asilo, che oltretutto non sono mai ben definiti e mancano comunque vari importi non da poco, riguardanti assistenza e aiuti sociali. Nel 2018 i costi previsti raggiungeranno quota 2,4 MILIARDI DI FRANCHI, tenendo conto che nel 2016 sono stati concessi quasi 400 milioni di spese supplementari!! Qui non si tratta semplicemente di ideologie politiche, questo sistema fa acqua da tutte le parti ed è un fatto matematico che così non si può andare avanti.   Roberta Pantani Consigliera nazionale   Il Mattino della domenica, 30.04.2017  
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Gettare le armi? Mai!

Negli scorsi giorni i politici dell’UE con 491 voti su 178 e 28 astenuti, quindi in larga maggioranza, hanno accettato una modifica di legge deleteria, tanto per cambiare. Questi geni, dopo gli attentati terroristici di Parigi, hanno avuto la brillante idea di irrigidire la normativa europea sulle armi, perché secondo loro, i terroristi si procurano le armi nel totale rispetto della legge. Ma certamente! Come no! Anzi, d’ora in avanti tutti i terroristi si iscriveranno alle società di tiro di paese, chiederanno tutti i permessi necessari per la detenzione di armi e presteranno particolare attenzione al tipo di arma da comprare che dovrà assolutamente essere a norma di legge! Ridicolo! Solo questo si può dire di questa trovata „anti-terroristica“. Purtroppo al peggio non c’è mai fine e il problema di questa modifica di legge è che tutti gli Stati facenti parte del cosiddetto spazio Schengen DEVONO adeguarsi e modificare anche le proprie leggi. La Svizzera dovrà fare altrettanto, e ovviamente il nostro Governo non si è scomposto più di tanto, abituato com’è a sottomettersi e annullare i propri principi per accontentare l’UE. Questa decisione è però inaccettabile per il nostro Paese e nonostante la gioia della sinistra e l’indifferenza del Governo, questa modifica di legge non avrà vita facile. Il nostro gruppo alle Camere federali e la Federazione sportiva svizzera di tiro hanno già previsto di lanciare un referendum nel caso in cui il Consiglio federale decida di accettare la modifica senza opposizioni e adeguamenti. Tale modifica comporterebbe l’introduzione di norme che andrebbero ad intaccare il buon rapporto che i cittadini svizzeri hanno con le armi. Il tiro nel nostro Paese è praticamente uno sport nazionale; una lunga tradizione che con il terrorismo non ha nulla a che vedere. Non siamo un paese di terroristi e fanatici, nonostante i nostri militi girino tranquillamente armati sui mezzi pubblici, dormano con il “Fass” sotto il letto e i ragazzi la domenica pomeriggio vadano a sparare allo stand di tiro. Le modifiche introdotte sarebbero davvero assurde. Ad esempio la limitazione per quanto riguarda i caricatori (quello del Fass non sarebbe a norma), l’obbligo di aderire ad una società di tiro, l’introduzione di un nuovo registro delle armi, … Norme inutili, strettamente burocratiche (con i relativi costi) e soprattutto che non avrebbero alcun effetto sul terrorismo islamico, per il quale sono state pensate. Come sempre per quanto riguarda i diktat dell’UE, c’è sotto sotto un ricatto, di cui il nostro Governo ha già paura prima ancora che possa essere formulato: se la modifica non venisse accettata, la minaccia è quella di uscire dallo spazio Schengen. Ricatto che per altro fa il solletico ai favorevoli al referendum e, comunque, alla storiella che la libera circolazione delle persone porta tanto bene e tanti benefici al nostro Paese non crede più nessuno. Lotteremo anche questa volta e saremo ben felici di rinunciare a Schengen, se si tratta di difendere le nostre libertà.   Roberta Pantani Consigliera nazionale   Il Mattino della domenica, 19.03.2017
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Io sto con Norman.

Funzionari cantonali e mediatori hanno violato la legge, il segreto d’ufficio, tradito il paese e i cittadini. I reati sono gravi e minano gravemente la credibilità dell’apparato statale. I principali indagati per questi reati sono italiani naturalizzati, kosovari naturalizzati. Non è un commento tendenzioso o un giudizio soggettivo, si tratta di fatti di cronaca. In merito all’accaduto, un Consigliere di Stato si dice molto deluso e arrabbiato ed esprime il suo disappunto riguardo all’assunzione di stranieri in uffici cantonali che trattano temi sensibili. Cosa fanno i media e gli avversari politici? Si indignano per i reati commessi? No!! Se la prendono con il Consigliere di Stato per le sue esternazioni e addirittura scaricano su di lui la colpa per quanto successo, quando invece al momento dell’assunzione di questi individui non era ancora nemmeno in Governo. Qual è il pretesto utilizzato? I titoli tradotti dal tedesco di un articolo online riportato col sistema del copia e incolla, senza neppure andare a vedere che, più volte, proprio davanti ai media il concetto è stato chiaramente illustrato. Tutto ciò è a dir poco scandaloso: anche al moralismo e all’ipocrisia dovrebbe esserci un limite. Innanzitutto il direttore di un Dipartimento, di qualsiasi partito, non può controllare l’operato di ogni suo singolo collaboratore; quindi al di là dell’attacco politico, dare la colpa ad un membro di Governo è di per sé sbagliato e inutile. Resta il fatto che sia invece più che legittimo, che un cittadino svizzero in certe funzioni e in posti statali sarebbe più appropriato. In questi giorni parliamo dei funzionari che rilasciano permessi, ma definire dei “fattori d’esclusione” è prassi comune per diverse funzioni anche in ambito privato e non solo nello Stato. Faccio un esempio: prendiamo un agente di sicurezza (pubblica o privata) che ha contratto forti debiti. Un malintenzionato a conoscenza della sua situazione potrebbe facilmente ingolosirlo offrendogli dei soldi a condizione che si giri dall’altra parte. Cadere in tentazione è più facile rispetto a un collega che non ha un debito da restituire. Ecco perché nei bandi di concorso a volte si legge che la candidatura dev’essere accompagnata dall’attestato di carenza beni.         Gli ambiti dello Stato sensibili solo molti e sono in tutti i Dipartimenti; lasciamo lavorare il gruppo di lavoro che il Consiglio di Stato ha deciso di costituire e poi, eventualmente, commenteremo una volta ricevuto il risultato delle loro riflessioni. Accanto a ciò è probabilmente giunto il momento di introdurre nei concorsi la richiesta che i candidati abbiano la nazionalità svizzera. Il fatto che la stragrande maggioranza dei politici di quasi tutti i partiti in questi giorni ha sottoscritto questa idea, mi fa ben sperare. Ma torniamo a Norman Gobbi e alle sue esternazioni. È stato eletto dai cittadini e il suo lavoro consiste nel tutelare i cittadini e il territorio ticinese. Il suo ruolo non è quello di dire cose belle, che piacciano e facciano sorridere i politici di altri Paesi. Non è mai stato detto che tutti gli italiani o tutti gli stranieri siano corrotti e colpevoli di reati, ma in questa vicenda è stato così. È ora di smetterla con questo teatrino della moralità, sempre e solo a senso unico: diciamo le cose come stanno e se a qualcuno la verità non piace, guardi pure da un’altra parte. Noi non chiuderemo gli occhi di fronte agli abusi perpetrati nei confronti del nostro Paese e dei nostri cittadini. Non lo faremo se dovesse risuccedere in un Dipartimento a conduzione leghista, così come non lo faremo se a delinquere saranno collaboratori di dipartimenti gestiti da rappresentanti di altri partiti. Credo che davanti a soprusi contro lo Stato bisogna essere uniti, così come Norman Gobbi ha giustamente fatto in prima persona da Presidente del Governo, quando la magistratura ha evidenziato comportamenti illegali in un altro Dipartimento. Come è stato detto in questi giorni dai politici di ogni colore, il rischio non può essere azzerato. La Confederazione, ogni Cantone e ogni dipartimento ha purtroppo i suoi esempi. Non voglio aprire il capitolo di come il tam tam mediatico al quale stiamo esistendo in questi giorni sia stato risparmiato ad altri ministri, anche ticinesi, quando fatti altrettanto gravi sono successi nei loro uffici; a pensar mal si fa peccato… Mi auguro che venga fatta giustizia, per davvero, non che alla fine a pagarne le conseguenze siano solo i cittadini onesti che pagano le tasse e per poi vederle sperperate in questo modo.   Roberta Pantani Consigliera nazionale    
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La leggenda del 9 febbraio

Un’iniziativa che ha fatto discutere, che ha registrato uno dei tassi di partecipazione più alti degli ultimi anni e ha più volte infiammato il plenum delle Camere federali. La votazione popolare, che in Ticino ha raccolto il 68% dei consensi, ha da subito diviso gli animi e innescato reazioni a livello internazionale. Un inizio col botto insomma, finito in fumo. Una fine pietosa per quest’iniziativa che sembrava essere una dimostrazione di volontà e determinazione volta a tutelare il popolo e il territorio svizzero, minacciati da un’immigrazione smisurata e incontrollata. Niente da fare, il nostro Governo in primis ha affossato il volere popolare piegandosi a quello europeo, per altro non democratico e mai votato. In Parlamento solo Lega e UDC hanno difeso e combattuto per l’applicazione di contingenti e tetti massimi, mentre gli altri schieramenti politici si nascondevano dietro a “nuove” proposte che di fatto non hanno portato a nulla, dalla versione light, a RASA e da ultimo il referendum lanciato dal “sempre sulla breccia nonostante tutto” Stojanovic. “Panem et circenses” verrebbe da dire: i giornalisti animano i dibattiti e l’intrattenimento non manca, ma a livello politico non si ha il coraggio di decidere e la situazione continua a stagnare e a peggiorare. Girare attorno alla questione è inutile. La realtà è una sola: in tre anni non si è cavato un ragno dal buco, la politica migratoria è rimasta fallimentare e i costi esplodono, la situazione per i lavoratori residenti si fa sempre più difficile e le frontiere europee sono un colabrodo. Qualche cambiamento dalla leggendaria data del 9 febbraio c’è però stato, anche se non direttamente influenzato dalla votazione: ci si è accorti che il problema non era un’invenzione populista o razzista, ma un problema concreto, e a livello europeo sempre più cittadini di diversi Paesi mostrano il loro malcontento verso la politica europea nell’ambito della migrazione. I movimenti antieuropeisti avanzano in tutto il continente, la libera circolazione è ora messa in discussione a livello internazionale. I contrari all’iniziativa contro l’immigrazione di massa hanno fatto di tutto per ostacolarne l’attuazione, ma i fatti parlano da soli, contingenti, tetti massimi e controlli alle frontiere sono una necessità, e noi non smetteremo di batterci finché non li vedremo messi in pratica.   Roberta Pantani Consigliera nazionale   Il Mattino della domenica, 12.02.2017
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NO alle naturalizzazioni agevolate

Negli ultimi decenni in Svizzera sono state naturalizzate mediamente 40'000 persone all’anno. Calcolando le dimensioni demografiche e territoriali del nostro Paese non si può certo definire una cifra irrisoria. Un terzo di queste persone ha potuto beneficiare di molteplici agevolazioni. Dalla seconda generazione le agevolazioni già in vigore non sono certo un’eccezione e sono in molti a poterne beneficiare per l’ottenimento del passaporto elvetico. Questa iniziativa vuole che la terza generazione di stranieri (a condizione che abbiano avuto un nonno residente in CH e un genitore che abbia fatto almeno 5 anni di scuola in CH e che essi siano nati CH) abbiano la possibilità di essere naturalizzati attraverso la procedura agevolata. Cosa vuol dire agevolata? Significa che la procedura di naturalizzazione di questa “terza generazione” non passerebbe più sotto la lente di Comune di residenza e Cantone: solo Berna sarebbe responsabile di concedere o meno il passaporto a queste persone. Chi è amministratore comunale, sa bene come sia importante che i dossier delle persone che richiedono la cittadinanza svizzera, passino sul suo tavolo. Le commissioni competenti nei nostri Comuni, fanno il lavoro di intervista, di approfondimento e di controllo del candidato. I Consigli comunali decidono sulla concessione della naturalizzazione. Per la maggior parte delle volte, non ci sono discussioni, ma quando ci sono dei dubbi, i dossier vengono rimandati al mittente, al fine di chiarire determinati aspetti. E di esempi ne abbiamo avuti anche recentemente. Ora, con questa iniziativa, per questa terza generazione, la concessione del passaporto svizzera avverrebbe “d’ufficio” da Berna. Senza più alcuna richiesta, senza più alcun esame, senza più alcun colloquio. Integrati o meno.   Occorre anche ricordare che a partire dal prossimo 1. Gennaio 2018, le condizioni per l’ottenimento della cittadinanza svizzera, sono state inasprite, rispetto alla situazione attuale in vigore. A partire da quella data, i candidati alla naturalizzazione dovranno disporre di un permesso C (domicilio), essere integrati, conoscere la lingua del luogo in cui risiedono e non dipendere dagli aiuti sociali. Insomma dimostrare di essere integrati e, se vediamo le domande attuali, verosimilmente, meno persone rispetto alle attuali avranno la possibilità di richiedere il passaporto svizzero. Quindi? Questa iniziativa ha tanto il sapore di aggiramento di queste nuove norme e di questi nuovi criteri. Il passaporto svizzero non va svenduto, l’integrazione passa anche attraverso la consapevolezza di doversi presentare davanti al proprio Comune, con tutte le responsabilità che ne conseguono. Comuni e Cantoni devono mantenere le loro competenze anche quando si tratta di naturalizzare stranieri di terza generazione.   Per questo vi invito a votare NO il 12 febbraio.     Roberta Pantani Consigliera nazionale   GDP, 20.01.2017
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Un fondo stradale indispensabile

Tre anni fa il popolo svizzero ha sostenuto in votazione popolare l’inserimento nella Costituzione di un fondo di durata illimitata per finanziare la gestione, la manutenzione e la creazione di infrastrutture ferroviarie (il fondo FAIF). Il 12 febbraio 2017 i cittadini sono chiamati alle urne per pronunciarsi su un fondo analogo. Il FOSTRA, il Fondo per le strade nazionali e il traffico d’agglomerato, sarà destinato da una parte per il finanziamento a lungo termine della gestione e della manutenzione delle nostre strade nazionali, quindi della rete autostradale. D’altra parte, servirà a finanziare i contributi federali per la realizzazione della rete dei trasporto pubblici come i tram, i bus e tutte quelle opere previste nei programmi d’agglomerato. Ricordiamo che in Ticino, nelle quattro zone del Cantone (Bellinzonese, Locarnese, Luganese e Mendrisiotto) si è in procinto di realizzare i programmi d’agglomerato di terza generazione. In generale, questi progetti sono di ampio respiro e coinvolgono diversi aspetti dello sviluppo urbano: hanno infatti lo scopo di favorire il coordinamento fra lo sviluppo dei trasporti, del paesaggio e degli insediamenti. Migliorano anche il trasporto pubblico a complemento delle opere Alp Transit, ampliano la rete della mobilità ciclopedonale, sgravano i quartieri residenziali dal traffico di transito, migliorano la sicurezza della rete stradale e promuovono la mobilità aziendale di comparto. Inoltre, grazie al FOSTRA, 400 chilometri di strade cantonali entreranno a far parte della rete delle strade nazionali di competenza della Confederazione. Per il Ticino ciò si tradurrà ad esempio nella realizzazione dell’allacciamento A2-A13 sul piano di Magadino tramite galleria e nella concretizzazione della circonvallazione di Stabio fino al Gaggiolo. Opere fondamentali per il nostro Cantone che senza il passaggio alle strade nazionali non potrebbero venir finanziati. Qualora il 12 febbraio il popolo voterà Sì al FOSTRA, la Svizzera – e quindi il Ticino - seguirà la via della complementarietà dei mezzi di trasporto, ovvero il sostegno alla ferrovia, alla strada e ai trasporti pubblici. In caso di un no popolare, i programmi d’agglomerato dovranno essere abbandonati e l’esercizio e la manutenzione della rete delle strade nazionali non potranno più essere effettuati sulla base di una pianificazione pluriennale. Per la complementarietà dei mezzi di trasporto e per poter garantire uno sviluppo sostenibile ai nostri agglomerati, votiamo SÌ al FOSTRA il 12 febbraio. Consigliera nazionale Roberta Pantani   CDT 24.01.2017
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Brexit e l’UE che barcolla

Gli Inglesi ci hanno bagnato il naso e le ultime dichiarazioni di Theresa May, Primo Ministro britannico, hanno fatto impallidire i nostri Consiglieri federali e pure i Parlamentari svizzeri che in tre anni dal famoso 9 febbraio non sono mai riusciti a far valere il volere del Popolo svizzero, né a livello nazionale né tantomeno a livello internazionale e europeo. Non sono però gli unici ad aver fatto una misera figura, infatti dopo il discorso della May e le conseguenti reazioni, la politica europea e il concetto stesso di Unione europea sono più che mai messe in discussione. Ora pare che non siano più solo i populisti svizzerotti a ritenere il mercato unico e la libera circolazione un fallimento totale. A quanto pare è diventato quasi un dato di fatto che queste circostanze non abbiano portato alcun giovamento ai paesi membri dell’UE e ai paesi, come la Svizzera, che aderiscono agli Accordi di libera circolazione. Il Popolo britannico in sostanza vuole ciò che il Popolo svizzero chiede da anni, vale a dire il potere di gestire l’immigrazione, i controlli delle frontiere e i rapporti commerciali con l’estero senza diktat dall’UE. Brexit è anche il risultato dell’incapacità riformativa dell’UE che ha perpetrato una politica antidemocratica e centralizzata senza tener conto dei reali bisogni delle singole regioni e senza adattare la propria politica alla situazione attuale. In sostanza l’UE è governata alla cieca secondo ideali utopici e anacronistici. Visto che il Governo britannico non sembra volersi piegare difronte al volere dell’UE, e mi auguro con tutto il cuore che davvero non accada, c’è da sperare che si crei un precedente e che quindi, vista la scarsa determinazione del nostro Governo, in futuro l’UE non possa più ricattare Stati che seguendo il volere del loro Popolo vogliono liberarsi dalle imposizioni di Bruxelles. Nonostante i nostri Consiglieri federali (supportati da tutti i partiti tranne Lega e UDC) abbiano miseramente fallito nell’applicare la volontà popolare, noi non molliamo e continuiamo a lottare per lo stop all’immigrazione di massa e la reintroduzione delle frontiere, prendiamo esempio dalla volontà inglese!   Roberta Pantani Consigliera nazionale   Il Mattino della domenica, 22.01.2017
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Migranti a Cavallasca, la preoccupazione della vicesindaco di Chiasso

“La patata bollente arriverà addosso a noi”

Roberta Pantani, vicesin­daco di Chiasso, la crea­zione del centro asilanti di Cavallasca è un fulmine a ciel sereno o si sapeva che qualcosa bolliva in pentola? Purtroppo era una notizia che circolava da mesi. Già all’ini­zio di novembre, un servizio di una televisione locale co­masca aveva denunciato la situazione, intervistando ol­tretutto molti cittadini di Ca­vallasca preoccupati da que­sta presenza. Molti di loro avevano pure dichiarato che non si trattava del luogo adatto, così vicino al con­fine e così poco controllabile. Ora questa notizia viene confermata e non è certamente una notizia confortante. E’ preoccupata per le conseguenze che questa nuova struttura po­trebbe avere per Chiasso? Una struttura del genere, a circa 500 metri dal nostro confine, a ridosso di Pedrinate, non è accettabile. Il con­fine non è controllato, la frontiera verde nemmeno, pensiamo a quali potranno essere le conseguenze: un via vai di persone da uno Stato all’al­tro, clandestini di qua e al di là del confine, che se fermati in Svizzera, dovrebbero venir riportati in Italia. Se sono preoccupati i cittadini di Caval­lasca, lo sono anche quelli di Chiasso. Mai come ora diviene di stretta attua­lità la mia mozione per la chiusura notturna dei valichi secondari. Setti­mana scorsa il Consiglio federale ha confermato che nel 2017 saranno chiusi a titolo di prova due valichi: verosimilmente potrebbero essere Pe­drinate e Novazzano. Ora, con questa notizia, è assolutamente necessario che Pedrinate sia tra questi! Quali passi dovrebbe a questo punto 5intraprendere il municipio di Chiasso, a suo parere, per tute­lare i propri cittadini da questo nuovo “regalo” ita­liano? Il Sindaco di Chiasso ha giustamente dichiarato di volersi mettere in contatto con le autorità cantonali per avere maggiori informazioni e rassicurazioni su questo centro. Di fatto però, dobbiamo riconoscere che si tratta di qualcosa al di fuori della nostra giurisdi­zione. La migliore cosa sa­rebbe prendere contatto con le autorità di oltre confine, ma vedo qualche difficoltà: Cavallasca infatti non è più un Comune autonomo, dallo scorso novembre si è infatti fu­sionato con San Fermo della Batta­glia e le elezioni amministrative saranno nella prossima primavera. La Provincia di Como non ha potere su queste cose, forse la Regione Lom­bardia potrebbe avere qualche voce in capitolo, ma dubito sia l’interlocu­tore giusto. Insomma, rischiamo di non avere nessuna controparte al di là del confine e di ritrovarci a gestire la “patata bollente” sul nostro terri­torio, con tutte le conseguenze che già conosciamo.

Il Mattino della domenica, 18.12.2016

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