Valichi secondari: una risposta molto…bernese

  La mia mozione che chiedeva la chiusura notturna di alcuni valichi secondari in Canton Ticino è stata accettata dal Consiglio federale il 14 maggio 2014 e attuata dopo una lunga procedura di consultazione nell’aprile del 2017. Attuazione momentanea applicata a tre valichi per un periodo test di 6 mesi, al termine dei quali, vale a dire a fine settembre 2017, sarebbe stato fatto un rapporto di valutazione per il Consiglio federa Durante i 6 mesi di prova non sono stati riscontrati problemi, a parte il gran teatro messo in piedi da alcuni media italiani con tanto di frontalieri piagnucolanti. La popolazione, i sindaci e i Capi dicastero dei Comuni interessati hanno risposto in modo positivo, per una volta è stata applicata una misura volta a salvaguardare la sicurezza degli abitanti delle zone di confine. Al termine dei 6 mesi, senza discuterne o perlomeno informare il Governo ticinese, la misura è stata sospesa. A parte il modo poco rispettoso verso le autorità ticinesi ci si chiede se non fosse possibile aspettare il rapporto delle Guardie di Confine prima di togliere la misura. Visto che la messa in atto di tale misura non ha comportato alcun effetto negativo, la decisione, presa a livello federale di sospendere la chiusura pare piuttosto insensata e mostra ben poca sensibilità verso la popolazione ticinese.         Sembrava che Berna agisse nei nostri interessi ridando un po’ di fiducia alla gente e invece no, come se niente fosse si ricomincia da capo. Ma cosa accadrà nel caso in cui il rapporto delle Guardie di Confine dovesse confermare la bontà della misura? Verrà applicata definitivamente a tutti i valichi secondari? La risposta bernese alla mia interpellanza è arrivata in questi giorni, come sempre molto poco esaustiva e poco tangibile. Secondo il Consiglio federale non vi era motivo di avvisare le autorità ticinesi dell’effettivo termine del periodo test, la sospensione è del tutto normale e non è ancora stata presa nessuna decisione, anche della valutazione non è dato a sapere.   Dunque nulla di fatto, nulla di deciso, nessuno a Berna si sbilancia e mostra un vero impegno nel voler comprendere le zone di confine, in particolare quelle ticinesi, che soffrono dell’incapacità governativa federale. Cosa dobbiamo aspettarci? Anni per avere una valutazioni, anni per una decisione e quanto per la messa in pratica? La criminalità transfrontaliera non è certo un mistero, ma evidentemente troppo lontana da Berna... Se per una misura simile, semplice e pratica, senza complicazioni, le decisioni vengono prese così, immaginiamoci cosa succede nel caso di misure di una certa portata...   Roberta Pantani Consigliera nazionale
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Accordo fiscale CH-IT, servizi finanziari

Quali sono le conseguenze per la piazza finanziaria svizzera in generale, e quella ticinese in particolare, dell'obbligo di avere una succursale in Italia?   Innanzitutto significa costituire all’estero formalmente una succursale di una banca, sottostare alle norme italiane, assumere il personale con contratti di lavoro italiani e quindi dover rinunciare in Svizzera a posti di lavoro ben pagati e di alto valore aggiunto. I costi quindi sono diversi rispetto a quelli svizzeri cosi come i ricavi e le imposte da pagare allo Stato.   Quali sono, secondo lei, le ragioni per le quali l'Italia non ha ancora firmato l'accordo? Pensa che la politica ticinese (LIA, prima i nostri) difficolti i negoziati fra i due paesi?   L’Italia non ha firmato l’accordo perché non ha oggettivamente interesse a far accedere al mercato italiano le banche svizzere, se non vincolandole alla costituzione di una succursale. Con la firma della Road map il 23.02.2015, l’Italia ha ottenuto dalla Svizzera ciò che più le interessava e cioè lo scambio di informazioni sui cittadini italiani detentori di conti bancari nel nostro Paese. Gli altri punti contenuti nella Road map ancora oggi sono in sospeso.   No, non è certamente colpa della politica ticinese se i negoziati tra i due Paesi sono in una fase di stallo. Direi piuttosto che la responsabilità sia a livello federale, dove si riscontrano lacune nelle capacità di negoziazione, ampliate anche dal fatto che i colloqui si svolgono in inglese, nonostante l’italiano sia lingua nazionale in entrambi i Paesi.   Quando pensa che si possa auspicare la concretizzazione della road map firmata fra CH e IT nel 2015? É stata definita una data limite?   Una data limite non è stata definita, ma visti i vari dossier ancora in sospeso, è auspicabile che si giunga al più presto ad una conclusione.   Come considera l'operato dei negoziatori finora, e la risposta del Consiglio federale alla sua interpellanza?   Ritengo che l’operato dei negoziatori svizzeri sia stato insufficiente, tanto che sino ad oggi nulla è stato firmato. Insufficiente trovo anche la risposta del Consiglio federale alla mia interpellanza.     Pensa che l'elezione di un italofono (cofirmatario dell'interpellanza) per riprendere gli Affari esteri possa accelerare/sbloccare i negoziati?   Un italofono è avvantaggiato dal punto di vista comunicativo, ma l’esito e gli sviluppi di una negoziazione non dipendono dalla lingua, ma dalla determinazione nel voler raggiungere un risultato preciso. L’Italia non ha mantenuto le promesse e continua a rimandare. Non è accettando questo comportamento e continuando a dare concessioni che si giungerà ad un risultato favorevole per il nostro Paese.   Finanznachrichten, novembre 2017
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