Io sto con Norman.

Funzionari cantonali e mediatori hanno violato la legge, il segreto d’ufficio, tradito il paese e i cittadini. I reati sono gravi e minano gravemente la credibilità dell’apparato statale. I principali indagati per questi reati sono italiani naturalizzati, kosovari naturalizzati. Non è un commento tendenzioso o un giudizio soggettivo, si tratta di fatti di cronaca. In merito all’accaduto, un Consigliere di Stato si dice molto deluso e arrabbiato ed esprime il suo disappunto riguardo all’assunzione di stranieri in uffici cantonali che trattano temi sensibili. Cosa fanno i media e gli avversari politici? Si indignano per i reati commessi? No!! Se la prendono con il Consigliere di Stato per le sue esternazioni e addirittura scaricano su di lui la colpa per quanto successo, quando invece al momento dell’assunzione di questi individui non era ancora nemmeno in Governo. Qual è il pretesto utilizzato? I titoli tradotti dal tedesco di un articolo online riportato col sistema del copia e incolla, senza neppure andare a vedere che, più volte, proprio davanti ai media il concetto è stato chiaramente illustrato. Tutto ciò è a dir poco scandaloso: anche al moralismo e all’ipocrisia dovrebbe esserci un limite. Innanzitutto il direttore di un Dipartimento, di qualsiasi partito, non può controllare l’operato di ogni suo singolo collaboratore; quindi al di là dell’attacco politico, dare la colpa ad un membro di Governo è di per sé sbagliato e inutile. Resta il fatto che sia invece più che legittimo, che un cittadino svizzero in certe funzioni e in posti statali sarebbe più appropriato. In questi giorni parliamo dei funzionari che rilasciano permessi, ma definire dei “fattori d’esclusione” è prassi comune per diverse funzioni anche in ambito privato e non solo nello Stato. Faccio un esempio: prendiamo un agente di sicurezza (pubblica o privata) che ha contratto forti debiti. Un malintenzionato a conoscenza della sua situazione potrebbe facilmente ingolosirlo offrendogli dei soldi a condizione che si giri dall’altra parte. Cadere in tentazione è più facile rispetto a un collega che non ha un debito da restituire. Ecco perché nei bandi di concorso a volte si legge che la candidatura dev’essere accompagnata dall’attestato di carenza beni.         Gli ambiti dello Stato sensibili solo molti e sono in tutti i Dipartimenti; lasciamo lavorare il gruppo di lavoro che il Consiglio di Stato ha deciso di costituire e poi, eventualmente, commenteremo una volta ricevuto il risultato delle loro riflessioni. Accanto a ciò è probabilmente giunto il momento di introdurre nei concorsi la richiesta che i candidati abbiano la nazionalità svizzera. Il fatto che la stragrande maggioranza dei politici di quasi tutti i partiti in questi giorni ha sottoscritto questa idea, mi fa ben sperare. Ma torniamo a Norman Gobbi e alle sue esternazioni. È stato eletto dai cittadini e il suo lavoro consiste nel tutelare i cittadini e il territorio ticinese. Il suo ruolo non è quello di dire cose belle, che piacciano e facciano sorridere i politici di altri Paesi. Non è mai stato detto che tutti gli italiani o tutti gli stranieri siano corrotti e colpevoli di reati, ma in questa vicenda è stato così. È ora di smetterla con questo teatrino della moralità, sempre e solo a senso unico: diciamo le cose come stanno e se a qualcuno la verità non piace, guardi pure da un’altra parte. Noi non chiuderemo gli occhi di fronte agli abusi perpetrati nei confronti del nostro Paese e dei nostri cittadini. Non lo faremo se dovesse risuccedere in un Dipartimento a conduzione leghista, così come non lo faremo se a delinquere saranno collaboratori di dipartimenti gestiti da rappresentanti di altri partiti. Credo che davanti a soprusi contro lo Stato bisogna essere uniti, così come Norman Gobbi ha giustamente fatto in prima persona da Presidente del Governo, quando la magistratura ha evidenziato comportamenti illegali in un altro Dipartimento. Come è stato detto in questi giorni dai politici di ogni colore, il rischio non può essere azzerato. La Confederazione, ogni Cantone e ogni dipartimento ha purtroppo i suoi esempi. Non voglio aprire il capitolo di come il tam tam mediatico al quale stiamo esistendo in questi giorni sia stato risparmiato ad altri ministri, anche ticinesi, quando fatti altrettanto gravi sono successi nei loro uffici; a pensar mal si fa peccato… Mi auguro che venga fatta giustizia, per davvero, non che alla fine a pagarne le conseguenze siano solo i cittadini onesti che pagano le tasse e per poi vederle sperperate in questo modo.   Roberta Pantani Consigliera nazionale    
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La leggenda del 9 febbraio

Un’iniziativa che ha fatto discutere, che ha registrato uno dei tassi di partecipazione più alti degli ultimi anni e ha più volte infiammato il plenum delle Camere federali. La votazione popolare, che in Ticino ha raccolto il 68% dei consensi, ha da subito diviso gli animi e innescato reazioni a livello internazionale. Un inizio col botto insomma, finito in fumo. Una fine pietosa per quest’iniziativa che sembrava essere una dimostrazione di volontà e determinazione volta a tutelare il popolo e il territorio svizzero, minacciati da un’immigrazione smisurata e incontrollata. Niente da fare, il nostro Governo in primis ha affossato il volere popolare piegandosi a quello europeo, per altro non democratico e mai votato. In Parlamento solo Lega e UDC hanno difeso e combattuto per l’applicazione di contingenti e tetti massimi, mentre gli altri schieramenti politici si nascondevano dietro a “nuove” proposte che di fatto non hanno portato a nulla, dalla versione light, a RASA e da ultimo il referendum lanciato dal “sempre sulla breccia nonostante tutto” Stojanovic. “Panem et circenses” verrebbe da dire: i giornalisti animano i dibattiti e l’intrattenimento non manca, ma a livello politico non si ha il coraggio di decidere e la situazione continua a stagnare e a peggiorare. Girare attorno alla questione è inutile. La realtà è una sola: in tre anni non si è cavato un ragno dal buco, la politica migratoria è rimasta fallimentare e i costi esplodono, la situazione per i lavoratori residenti si fa sempre più difficile e le frontiere europee sono un colabrodo. Qualche cambiamento dalla leggendaria data del 9 febbraio c’è però stato, anche se non direttamente influenzato dalla votazione: ci si è accorti che il problema non era un’invenzione populista o razzista, ma un problema concreto, e a livello europeo sempre più cittadini di diversi Paesi mostrano il loro malcontento verso la politica europea nell’ambito della migrazione. I movimenti antieuropeisti avanzano in tutto il continente, la libera circolazione è ora messa in discussione a livello internazionale. I contrari all’iniziativa contro l’immigrazione di massa hanno fatto di tutto per ostacolarne l’attuazione, ma i fatti parlano da soli, contingenti, tetti massimi e controlli alle frontiere sono una necessità, e noi non smetteremo di batterci finché non li vedremo messi in pratica.   Roberta Pantani Consigliera nazionale   Il Mattino della domenica, 12.02.2017
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NO alle naturalizzazioni agevolate

Negli ultimi decenni in Svizzera sono state naturalizzate mediamente 40'000 persone all’anno. Calcolando le dimensioni demografiche e territoriali del nostro Paese non si può certo definire una cifra irrisoria. Un terzo di queste persone ha potuto beneficiare di molteplici agevolazioni. Dalla seconda generazione le agevolazioni già in vigore non sono certo un’eccezione e sono in molti a poterne beneficiare per l’ottenimento del passaporto elvetico. Questa iniziativa vuole che la terza generazione di stranieri (a condizione che abbiano avuto un nonno residente in CH e un genitore che abbia fatto almeno 5 anni di scuola in CH e che essi siano nati CH) abbiano la possibilità di essere naturalizzati attraverso la procedura agevolata. Cosa vuol dire agevolata? Significa che la procedura di naturalizzazione di questa “terza generazione” non passerebbe più sotto la lente di Comune di residenza e Cantone: solo Berna sarebbe responsabile di concedere o meno il passaporto a queste persone. Chi è amministratore comunale, sa bene come sia importante che i dossier delle persone che richiedono la cittadinanza svizzera, passino sul suo tavolo. Le commissioni competenti nei nostri Comuni, fanno il lavoro di intervista, di approfondimento e di controllo del candidato. I Consigli comunali decidono sulla concessione della naturalizzazione. Per la maggior parte delle volte, non ci sono discussioni, ma quando ci sono dei dubbi, i dossier vengono rimandati al mittente, al fine di chiarire determinati aspetti. E di esempi ne abbiamo avuti anche recentemente. Ora, con questa iniziativa, per questa terza generazione, la concessione del passaporto svizzera avverrebbe “d’ufficio” da Berna. Senza più alcuna richiesta, senza più alcun esame, senza più alcun colloquio. Integrati o meno.   Occorre anche ricordare che a partire dal prossimo 1. Gennaio 2018, le condizioni per l’ottenimento della cittadinanza svizzera, sono state inasprite, rispetto alla situazione attuale in vigore. A partire da quella data, i candidati alla naturalizzazione dovranno disporre di un permesso C (domicilio), essere integrati, conoscere la lingua del luogo in cui risiedono e non dipendere dagli aiuti sociali. Insomma dimostrare di essere integrati e, se vediamo le domande attuali, verosimilmente, meno persone rispetto alle attuali avranno la possibilità di richiedere il passaporto svizzero. Quindi? Questa iniziativa ha tanto il sapore di aggiramento di queste nuove norme e di questi nuovi criteri. Il passaporto svizzero non va svenduto, l’integrazione passa anche attraverso la consapevolezza di doversi presentare davanti al proprio Comune, con tutte le responsabilità che ne conseguono. Comuni e Cantoni devono mantenere le loro competenze anche quando si tratta di naturalizzare stranieri di terza generazione.   Per questo vi invito a votare NO il 12 febbraio.     Roberta Pantani Consigliera nazionale   GDP, 20.01.2017
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